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ATO: istituzione e soppressione

A cura di Chiara Scardaci CEO & Founder Verdediritto.it

La menzione di “Ambito Territoriale Ottimale”, è apparsa per la prima volta per mano del legislatore del 1976 che all’art. 8 della legge  319/76, conosciuta anche come legge Merli, ne aveva previsto l’ istituzione senza efficacia imperativa nei confronti dei Comuni interessati. [1]

Successivamente, con la L. del 5 gennaio 1994, n. 36, “Galli”, il legislatore prescriveva che l’organizzazione del servizio idrico integrato[2] avvenisse sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati secondo determinati criteri che si possono riassumere in tre precetti di base: 1) rispetto dell’unità di bacino idrografico, 2) superamento della frammentazione delle gestioni, 3) conseguimento di adeguate dimensioni gestionali.

Molti profili organizzativi legati all’ATO ed alla gestione integrata della risorsa idrica, rimasero tuttavia, sotto la vigenza della L. Galli, non adeguatamente specificati, fino all’adozione del D. Lgs. n. 152/06, con il quale il legislatore assorbiva la L. n. 36/94, abrogandola quasi completamente[3], e richiamandone  i contenuti, e con il quale approfondiva alcuni degli aspetti salienti della operatività degli ATO.[4]

Secondo la disciplina che era contenuta nel Testo Unico Ambientale, si può affermare in maniera riassuntiva, che l’Ambito Territoriale Ottimale, aveva il compito di organizzare, affidare e controllare la gestione della risorsa idrica (art. 148, comma 2, D. Lgs. n. 152/06).

In ogni ATO, qualora non fosse ancora avvenuto, doveva essere individuata l’Autorità d’Ambito [5]così come definita accuratamente dall’art. 148, comma 1 del D. Lgs. n. 152/06,  ovvero una struttura dotata di personalità giuridica alla quale gli enti locali partecipavano obbligatoriamente[6]  ed alla quale era trasferito l’esercizio delle competenze ad essi spettanti in materia di gestione delle risorse idriche compresa la programmazione delle infrastrutture idriche.

Tra le funzioni principali dell’Autorità d’Ambito, ben delineate dal T.U. vi erano:

  1. la predisposizione del Piano d’Ambito (art. 149 del D. Lgs. n. 152/06) ovvero di quel documento programmatico che doveva contenere: la ricognizione delle infrastrutture, il programma degli interventi, il modello gestionale ed organizzativo, il pino economico finanziario.
  2. La scelta della forma di gestione e la indizione della relativa procedura di affidamento (art. 150 del D. Lgs. n. 152/06)
  3. La gestione delle infrastrutture idriche (articoli 152 e 153 del D. Lgs. n. 152/06)
  4. La determinazione della tariffa di base (art. 154 del D. Lgs. n. 152/06)[7]

L’Ambito territoriale Ottimale, nella gestione del servizio idrico era comunque destinato ad essere di passaggio. Dal 2010 in poi si sono succeduti una serie di interventi normativi che ne hanno disposto diverse proroghe l’ultima delle quali è scaduta il 31.12.2012, sancendo definitivamente l’abrogazione dell’art. 148 del D. Lgs. n. 152/06.

Le norme che ne hanno disposto l’abrogazione, prevedendo opportuni periodi di proroga sono state: 

-          il comma 186 bis dell’art. 2 della Legge 23.12.2009 n. 191 (aggiunto dopo il comma 186, dall’art. 1 quinquies della legge 26.03.2010 n. 42 in sede di conversione del D.l. 25.01.2010 n. 2);

-         art. 1, comma 1 del D.L. 29.12.2010 n. 225, convertito, con modificazioni, dalla L. 26.02.2010 n. 1; 

-         art. 1, comma 1 del D.P.C.M. 25.03.2011;

-         art. 13, comma 2, del D.L. 29.12.2011 n. 216, convertito con modificazioni dalla L. 24.02.2012 n. 14

 

Per il prosieguo vedi l'articolo sugli affidamenti e sull'Ente di Governo.

 


[1] “La L. 183/1989, sulla difesa del suolo, risulta ispirata ad un nuovo e diverso orientamento nella gestione delle risorse idriche, in quanto assume il bacino idrografico come la dimensione istituzionale necessaria degli interventi pubblici (vedi infra). In tale prospettiva, la definizione degli ambiti territoriali di intervento costituisce uno dei contenuti prescrittivi del piano di bacino, che può provvedere all’aggregazione coattiva dei Comuni in un consorzio obbligatorio  (art. 35)  Paolo Dell’Anno, Manuale di diritto ambientale, CEDAM, pag. 561

[2] Il servizio idrico integrato era definito all’art. 4, comma 1, lett. f) della L. n. 36/94 come “l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue”. La parola “integrato” nasce dall’esigenza di unificare ovvero integrare le forze locali all’interno di un ben determinato territorio, identificato attraverso gli ATO, per la realizzazione di una gestione ottimale della risorsa idrica.

[3] Art. 175, comma 1 lett. u) del D. Lgs. n. 152/06 “a decorrere dalla data di entrata in vigore della parte terza del presente decreto sono o restano abrogate le norme contrarie od incompatibili con il medesimo ed in particolare: la legge 5 gennaio 1994, n. 36 ad esclusione dell’art. 22, comma 6”

[4] Durante la vigenza della legge Galli, l’insediamento ed il funzionamento degli ATO è avvenuto attraverso un processo molto lento che può essere verificato tramite i rapporti annuali del Co.Vi.Ri. sul sito www.coviri.it

[5] Nel testo della Legge Galli non era menzionata espressamente l’Autorità d’Ambito che comunque era ravvisabile nella struttura a capo della forma di aggregazione prescelta dagli enti locali, frequentemente identificata nella Conferenza dei Sindaci dei Comuni dell’A.T.O.

In questo nuovo contesto normativo, l’Autorità d’ambito ha trovato una espressa previsione nonchè una decisiva connotazione delle sue funzioni (articolo 142).

[6] L’obbligatorietà della partecipazione all’Autorità d’ambito è rafforzata dalla previsione contenuta nel comma 4 dell’art. 172 del D. Lgs. n. 152/06 la quale espressamente dispone che qualora gli enti locali non aderiscano alle Autorità d’Ambito, ai sensi dell’art. 148, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della parte terza del presente decreto, la Regione esercita, previa diffida all’ente locale ad adempiere entro il termine di trenta giorni e dandone comunicazione al Comitato di Vigilanza sulle risorse idriche, i poteri sostitutivi, nominando un commissario ad acta, le cui spese sono a carico dell’ente inadempiente.

[7] Il legislatore ha manifestato la volontà di mettere a punto la disciplina sugli ATO relativi al Servizio Idrico anche nell’ultimo decreto correttivo D. Lgs. n. 4/08 ove ha modificato il comma 1 dell’art. 148, sostituendo l’espressione “unicità della gestione” con “unitarietà della gestione”.In questo modo ha ricalcato le orme del legislatore del ’94, la cui volontà risiedeva nel mettere a punto un metodo organizzativo che rendesse la gestione del Servizio Idrico non più frammentaria e neppure unica, ma “unitaria” in determinati contesti territoriali” Chiara Scardaci, Ambiti Territoriali Ottimali dopo la L. n. 244/2007: una fine annunciata?”, Ambiente & Sviluppo, n. 12/2008 – Ipsoa – pagine 1052-1056