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Riepilogo degli ultimi interventi

a cura di Chiara Scardaci

Con la Legge del 24.06.2013 n. 71 (conversione del D. L. 26.04.2013 n. 43) il legislatore, all’art. 8 bis, ha voluto circoscrivere la portata applicativa del D.m. n. 161/2012, limitandola alle terre e rocce da scavo prodotte nell’esecuzione di opere soggette ad autorizzazione integrata ambientale (AIA) o a valutazione di impatto ambientale (VIA) (comma 1).

Il comma 2 del predetto articolo dispone, inoltre, che per la gestione dei materiali da scavo provenienti dai cantieri, la cui produzione delle terre non supera  i seimila metri cubi, continua ad applicarsi l’art. 186 del D. Lgs. n. 152/06, fino a quando non verrà adottata una specifica regolamentazione avente lo scopo precipuo di semplificare le procedure amministrative di gestione delle terre e rocce da scavo per i cantieri indicati.

Con un successivo intervento, il legislatore confermava quanto stabilito con la Legge citata inserendo all’art. 41, comma 2 del Decreto Fare ovvero del Decreto-Legge 21.06.2013 n. 69 la previsione in base alla quale  il D.m. n. 161/2012 “si applica solo alle terre e rocce da scavo che provengono da attività o opere soggette a valutazione d’impatto ambientale o ad autorizzazione integrata ambientale”.

La disposizione modificava l’art. 184 bis del D. Lgs. n. 152/06 al quale veniva, aggiunto il comma 2 bis recante la limitazione descritta.

 

Le novità in vista

Nel processo di conversione in legge, che si dovrebbe concludere entro poco tempo, il decreto fare sta subendo diverse modifiche.

Il comma 2 dell’art. 41 rimane pressoché invariato, mentre viene inserito l’art. 41 bis che di seguito si analizza, e che riporta quella regolamentazione per i piccoli cantieri annunciata dall’art. 8 bis della Legge 71/2013.

Al comma 1 dell’art. 41 bis il legislatore si preoccupa di specificare che il nuovo articolo concerne le casistiche a cui si riferisce l’art. 266, comma 7 del D. Lgs. n. 152/06, ovvero i materiali provenienti da cantieri di piccole dimensioni, che non producono più di seimila metri cubi di terra.

Il dettato normativo prosegue, al comma 2, ribadendo la deroga alla disciplina contenuta nel D.m. n. 161/2012 e, stabilendo che, i materiali indicati all’art. 1, comma 1 lett b. del citato decreto ministeriale, ovvero i materiali da scavo come ivi descritti e specificati, sono sottoposti al regime del sottoprodotto, ai sensi dell’art. 184 bis del D. Lgs. n. 152/2006, se il produttore dimostra:

            a) che è certa la destinazione all'utilizzo direttamente presso uno o più siti o cicli produttivi determinati;

            b) che, in caso di destinazione a recuperi, ripristini, rimodellamenti, riempimenti ambientali o altri utilizzi sul suolo, non sono superati i valori delle concentrazioni soglia di contaminazione di cui alle colonne A e B della tabella 1 dell'allegato 5 alla parte IV del decreto legislativo n. 152 del 2006, con riferimento alle caratteristiche delle matrici ambientali e alla destinazione d'uso urbanistica del sito di destinazione e i materiali non costituiscono fonte di contaminazione diretta o indiretta per le acque sotterranee, fatti salvi i valori di fondo naturale;

            c) che in caso di destinazione ad un successivo ciclo di produzione l'utilizzo non determina rischi per la salute né variazioni qualitative o quantitative delle emissioni rispetto al normale utilizzo delle materie prime;

            d) che ai fini di cui alle lettere b) e c) non è necessario sottoporre i materiali da scavo ad alcun preventivo trattamento, fatte salve le normali pratiche industriali e di cantiere.

L’esistenza delle condizioni richieste viene attestata sotto forma di autodichiarazione, ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, resa all’ARPA competente. Nella dichiarazione dovranno essere indicate lequantità destinate all'utilizzo, il sito di deposito e i tempi previsti per l'utilizzo che non possono comunque superare un anno dalla data di produzione, salvo il caso in cui l'opera nella quale il materiale è destinato ad essere utilizzato preveda un termine di esecuzione superiore.

Il legislatore prosegue stabilendo che “le attività di scavo e di utilizzo devono essere autorizzate in conformità alla vigente disciplina urbanistica ed igienico-sanitaria”. L’ultimo periodo del comma 2, detta il termine di trenta giorni per effettuare la comunicazione di intervenute modifiche ai requisiti ed alle condizioni della dichiarazione resa all’ARPA.

Al comma 3 è prevista una sorta di dichiarazione di avvenuto utilizzo da rendersi sempre all’ARPA competente.

Al comma 6 viene abrogato l’art. 8 bis del D.L. 43/2013 convertito nella Legge 71/2013.

La previsione più importante dell’art. 41 bis è contenuta nel comma 5 che così è formulato: Le disposizioni di cui ai commi da 1 a 4 si applicano anche ai materiali da scavo derivanti da attività ed opere non rientranti nel campo di applicazione del comma 2-bis dell'articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, introdotto dal comma 2 dell'articolo 41 del presente decreto.

In questo modo il legislatore ha manifestato la volontà di comprendere nella regolamentazione dell’art. 41 bis del decreto fare in corso di approvazione, anche i cantieri che superano la produzione di 6.000 metri cubi di terra e che, allo stesso tempo, non sono soggetti ad AIA o a VIA.

E’ palese l’intento di ricercare una soluzione per regolamentare quei cantieri che si pongono in mezzo alle due fattispecie oggi normate, colmando così una lacuna più volte segnalata.

Si osserva che se il tenore della norma rimanesse tale, avremmo finalmente solo due casistiche: i cantieri di piccole dimensioni qualunque siano i metri cubi prodotti, ed i cantieri soggetti ad AIA o a VIA.

Infine, volendo soffermarsi soltanto un poco, vista la provvisorietà della versione esaminata, sulla procedura descritta, si sottolinea come la stessa sia decisamente “standard” prevedendo: la proposizione di una domanda che può essere modificata, un provvedimento autorizzatorio che si deduce dalla richiesta conformità con la disciplina urbanistica e sanitaria ed in chiusura, una conferma dell’utilizzo.

Oltre a non essere particolarmente innovativa sotto un profilo di economia procedurale-amministrativa, non si può fare a meno di notare la poca definizione della procedura - forse voluta - soprattutto in relazione alle tempistiche.

Gli aggiornamenti sul decreto fare sono inseriti nella sezione “Dal Parlamento”

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