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A cura di Chiara Scardaci

Riflessioni sul Piano di Utilizzo e il suolo escavato ai sensi della lett. c) comma 1 dell’art.185 del D. Lgs. n. 152/06

L’art. 185 del D. Lgs. n. 152/06 disciplina le casistiche che non rientrano nell’applicazione della parte quarta dello stesso Testo Unico Ambientale, ovvero nella parte che concerne la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati.

Tra le casistiche indicate è inclusa anche, al comma 1, lett. c) dell’articolo citato la seguente fattispecie: “il suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale, escavato nel corso di attività di costruzione, ove sia certo che esso verrà riutilizzato ai fini di costruzione allo stato naturale e nello stesso sito in cui è stato escavato”.

Il comma 4 dello stesso articolo menzionato precisa che: “il suolo escavato non contaminato e altro materiale allo stato naturale, utilizzati in siti diversi da quelli in cui sono stati escavati, devono essere valutati ai sensi, nell’ordine, degli articoli 183, comma 1, lett. a), 184 bis e 184 ter”.

Nelle espressioni utilizzate la discriminante è da rinvenirsi nel sito di escavazione.

Se il sito di escavazione è lo stesso del successivo utilizzo, il suolo non contaminato o il materiale escavato allo stato naturale, non rientrerà nella disciplina della gestione dei rifiuti e della bonifica dei siti contaminati.

Se è diverso, cioè se il materiale escavato, sempre allo stato naturale, non viene utilizzato nel sito di provenienza ma in altro sito, allora esso rientrerà nella parte quarta del Testo Unico Ambientale e dovrà essere valutato:

-          Ai sensi dell’art. 183, comma 1 lett. a) del D. Lgs. n. 152/06, ovvero come rifiuto;

-          Ai sensi dell’art. 184 bis, ovvero come sottoprodotto;

-          Ai sensi dell’art. 184 ter, ovvero come end of waste.

Con l’adozione del decreto ministeriale 10 agosto 2012 n. 161, pubblicato nella G.U.R.I. del 21.09.2012 recante il regolamento sulle terre e rocce da scavo, sono sorti alcuni dubbi interpretativi.

Infatti, i soggetti che, in base al D. m. 161/2012, hanno scelto di presentare entro il termine del 04.04.2013 il Piano di Utilizzo, si sono trovati di fonte al dilemma se inserirvi o meno anche le terre di cui alla lett. c) comma 1 dell’art. 185 D. Lgs. n. 152/06.

Il Piano di Utilizzo, doveva sostituire il vecchio Piano di gestione delle terre. Di conseguenza, come regolamentare la casistica del suolo non contaminato, escavato e riutilizzato in loco (di cui alla disposizione citata), che veniva disciplinato nel documento di pianificazione sostituito dal Piano di Utilizzo?

Sembrava che l’unica possibilità fosse l’inserimento anche di tale fattispecie nel cosiddetto P.U.

Tuttavia, tale soluzione aveva l’inconveniente di subordinare alle tempistiche di approvazione del P.U. anche il suolo non contaminato, escavato e riutilizzato in loco.

Si rammenta in proposito che tra i vari profili critici evidenziati dalla prima dottrina in merito al D.m. 161/2012, vi era proprio l’aspetto delle tempistiche procedimentali, considerato non solo eccessivamente prolisso, ma anche poco comprensibile in alcuni punti.[1]

A chiarimento del dilemma, interveniva, con una nota del 20.11.2012 Prot. n. 2669, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Il Ministero, in risposta ad una richiesta avanzata all’Ordine dei Geologi della Regione Umbria, affermava che la casistica di cui alla lettera c) comma 1 dell’art. 185 del D. Lgs. n. 152/06, non rientra nell’applicazione del D.m. 161/2012 e, pertanto, i materiali ivi contemplati, non sono oggetto del Piano di Utilizzo.

Il Ministero giustificava l’affermazione, basandosi sulla diretta discendenza del regolamento di cui al D.m. n. 161/2012 dalla parte quarta del D. Lgs. n. 152/06 che, a sua volta, come già precisato, non si applica alla lettera c) comma 1 dell’art. 185 del D. Lgs. n. 152/06.

La circolare ministeriale confermava l’orientamento espresso dall’Ance, all’indomani dell’uscita del D.m. 161/2012, in un documento titolato “D.m. 161/2012, e Terre e Rocce da scavo: Domande &Risposte”.

Successivamente, l’Ance sembrava non essere più certa dell’orientamento espresso e, per l’inquadramento della disciplina delle terre escavate, qui esaminata, individuava solo tre vie principali[2]: la strada dei rifiuti, oppure quella delle terre e rocce da scavo tracciata dal D.m. 161/2012(“al di là delle indicazioni del Ministero sulla sua presunta inapplicabilità”), oppure ancora l’ipotesi del sottoprodotto di cui all’art. 184 bis del D. Lgs. n. 152/06.

Ancora di poche settimane addietro sono alcune elaborazioni dottrinarie sulla inapplicabilità del D.m. 161/2012 alla lett. c), comma 1 dell’art. 185 del T.U. ambientale.[3]

Da quanto rilevato si evince che la questione dibattuta non è di facile soluzione.

Tuttavia, chi scrive, è persuasa della fondatezza dell’opinione espressa dal Ministero e cioè che il suolo non contaminato e altro materiale così come indicato nella disposizione dell’art. 185, non può essere oggetto del Piano di Utilizzo regolamentato dal D.m. 161/2012. Tale fattispecie, del resto non è assimilabile alle terre e rocce da scavo così come oggi disciplinate, e deve essere tenuta distinta, in base al comma 4 dell’art. 185, anche dai sottoprodotti.

In ogni caso, si comprendono le preoccupazioni dei soggetti committenti e degli stessi appaltatori, nascenti dalla necessità di vestire di legittimità il reciproco operato, inquadrando la gestione del materiale di cui al comma 1, lett. c) dell’art. 185, in un documento formalmente riconosciuto e condiviso.

L’idea che potrebbe essere seguita, è quella di una ricerca delle soluzioni possibili attraverso un dialogo collaborativo tra le parti che, nell’esperienza di Verdediritto, si è rivelata più volte vincente.

Farfallaverde



[1] Cfr. convegno OICE del 27.03.2013: http://www.oice.it/adon.pl?act=doc&doc=397932

[2]“Terre e rocce da scavo, le perplessità dell’Ance” di Giuseppe Latour in  Edilizia e Territorio, 6 febbraio 2013

[3] Cantieri di piccole dimensioni: prime indicazioni regionali sulla gestione delle terre e rocce da scavo; Federico Vanetti; Ambiente&Sviluppo n.4/2013 pagine 309-311