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L’art. 8 della Legge 164/2014 (conversione del D. Lgs. n. 133/2014 ovvero Salva Italia): Deposito temporaneo, cessazione della qualifica di rifiuto per le T&R che non sono sottoprodotti; T&R con presenza di riporti, bonifica di aree con presenza di riporti.

L’art. 8 della legge di conversione del Salva Italia presenta una rubrica ambiziosa che preannuncia una delega ministeriale dal contenuto vasto, comprovante la confusione esistente nel panorama italiano, dove concetti come riporti e T&R continuano ad esser trattati congiuntamente.

Il legislatore si propone l’adozione di disposizioni di riordino e di semplificazione delle materie indicate nella rubrica dello stesso articolo, che si riportano di seguito in maniera schematica:

-          Deposito Temporaneo delle T&R

-          Cessazione della qualifica di rifiuto delle T&R che non sono sottoprodotti

-          T&R con presenza di riporti

-          Procedure di bonifica di aree con presenza di riporti

Come affermato già diverse volte in questa rubrica ed in altre pubblicazioni, la disciplina sulle T&R[1] appare aver raggiunto una sua organicità, che sarebbe bene conservare, senza apportare interventi che non abbiano una funzione meramente migliorativa dell’impianto esistente.

In questa prospettiva, è sicuramente da sottoscrivere l’attenzione rivolta alle T&R nel momento in cui smettono di essere dei rifiuti, anche se ci si auspica che tale ipotesi sia ricondotta all’end of waste, ed ai decreti ministeriali che dovrebbero essere adottati in attuazione dell’art. 184 ter del D. Lgs. n. 152/06.

Soffermandosi sulla questione, in effetti, essendoci già la previsione di cui al predetto art. 184 ter, la citazione in rubrica dell’argomento, può avere solo il senso di voler sollecitare l’intervento del legislatore affinché si dia attuazione alla norma presente nel TU ambientale.

Anche il deposito temporaneo delle T&R necessita sicuramente di una precisazione e ci auguriamo che il completamento della disciplina, avvenga tramite modifiche alle norme già esistenti, quali il d.m. 161/2012, ed alla regolamentazione dei piccoli cantieri, recata dall’art. 41 bis del D. Lgs. n. 69/2013 convertito nella Legge 98/2013.

Per la gestione delle T&R nei piccoli cantieri il legislatore ha previsto un nuovo intervento alla lettera d-bis del comma 1 dell’esaminato articolo 8. Il dettato della norma si esprime nel senso di una razionalizzazione e semplificazione della materia che, volendo restare fedeli alla rubrica dell’articolo, dovrebbe abbracciare tutte le problematiche ivi indicate (così come dovrebbe avvenire per le grandi opere).

Le disposizioni di riordino dovranno essere adottate entro 90 giorni dalla data di conversione del decreto legge , secondo i seguenti principi e i criteri direttivi:

a)  coordinamento formale e sostanziale delle disposizioni vigenti, apportando le modifiche necessarie per garantire la coerenza giuridica, logica e sistematica della normativa e per adeguare, aggiornare e semplificare il linguaggio normativo;

a-bis)   integrazione dell'articolo 183, comma 1, lettera bb), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, prevedendo specifici criteri e limiti qualitativi e quantitativi per il deposito temporaneo delle terre e rocce da scavo;

b)  indicazione esplicita delle norme abrogate, fatta salva l'applicazione dell'articolo 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile;

c)  proporzionalità della disciplina all'entità degli interventi da realizzare;

d)  divieto di introdurre livelli di regolazione superiori a quelli previsti dall'ordinamento europeo ed, in particolare, dalla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008;

d-bis)  razionalizzazione e semplificazione del riutilizzo nello stesso sito di terre e rocce da scavo provenienti da cantieri di piccole dimensioni, come definiti dall'articolo 266, comma 7, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, finalizzati alla costruzione o alla manutenzione di reti e infrastrutture, con esclusione di quelle provenienti da siti contaminati ai sensi del titolo V della parte quarta del medesimo decreto legislativo n. 152 del 2006, e successive modificazioni;

d-ter)  garanzia di livelli di tutela ambientale e sanitaria almeno pari a quelli attualmente vigenti e comunque coerenti con la normativa europea

Per quanto concerne i riporti, invece, non si può nascondere il timore che inserire tale argomento nella  disciplina delle T&R possa comportare scelte operative passibili di un giudizio di illegittimità. Del resto non sarebbe la prima volta.

A questo proposito è bene ricordare che:

-          I materiali da riporto erano interessati da una interpretazione autentica (articolo 3, comma 1 della Legge del 24.03.2012 n. 28 – di conversione del D.L. 25.01.2012 n. 2), tesa a ricomprendere tali materiali nel concetto di suolo recato dall’art. 185 del D. Lgs. n. 152/06 comma 1 lett. b) e c), escludendoli così dalla disciplina dei rifiuti.

-          Si rammenta che l’art. 185 del D. Lgs. n. 152/06 (cfr. in particolare comma 1 lett. c), definisce le fattispecie escluse dalla disciplina dei rifiuti contenuta nella parte quarta del D. Lgs. n. 152/06.

-          Assimilare i materiali da riporto al concetto di suolo aveva la diretta conseguenza di escludere i riporti in generale, qualunque fosse la loro composizione ed il loro impatto sul terreno naturale, dalla disciplina dei rifiuti.

-          L’interpretazione affermava inoltre che i materiali da riporto nel caso fossero stati scavati avrebbero dovuto essere considerati prima un sottoprodotto e poi, all’emanazione del decreto di cui all’art. 49 del D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 (che si sarebbe poi concretizzata nell’adozione del D.m. n. 161/2012), sottoprodotto come terra da scavo.

-          Essi erano quindi, tout court, esclusi dalla disciplina dei rifiuti o perché erano “suolo” o perché erano “sottoprodotto” o perché sarebbero stati “terre e rocce da scavo in qualità di sottoprodotto”

-          Gli interventi legislativi descritti producevano critiche molto aspre e dirette che costringevano il legislatore a “tornare sui suoi passi”, complice anche lo spettro delle procedure di infrazione comunitarie[2]  già ampiamente subite, e l’accusa nemmeno troppo velata di voler ricomprendere, tramite la manovra interpretativa nelle terre e rocce da scavo in qualità di sottoprodotti, altri materiali ed eludere in questo modo, la disciplina dei rifiuti.

-          Così, con l’art. 41, comma 3 lett. a) e b) del D.L. 21 giugno 2013 n. 69, convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013 n. 98, il legislatore modificava radicalmente la portata dell’interpretazione autentica stabilendo che si, il concetto di suolo è riferibile anche alle matrici ambientali di riporto,  a patto che queste ultime siano sottoposte a test di cessione (comma 2) “effettuato sui materiali granulari ai sensi dell’art. 9 del decreto del Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale 16 aprile 1998 n. 88, ai fini delle metodiche da utilizzare per escludere rischi di contaminazione delle acque sotterranee e, ove conformi ai limiti del test di cessione, devono rispettare quanto previsto dalla legislazione vigente in materia di bonifica die siti contaminati”. Il comma 3 inoltre stabiliva che le matrici materiali di riporto che non siano risultate conformi ai limiti del test di cessione sono fonti di contaminazione e come tali devono essere rimosse o devono essere rese conformi ai limiti del test di cessione tramite operazioni di trattamento che rimuovano i contaminanti o devono essere sottoposte a messe in sicurezza permanente utilizzando le migliori tecniche disponibili e a costi sostenibili che consentono di utilizzare l’area secondo la destinazione urbanistica senza rischi per la salute.

Inoltre, per quanto concerne i materiali da riporto di origine antropica, l’allegato n. 9 del D.M. n. 161/2012, dopo averne dato l’esatta nozione (“sono orizzonti stratigrafici costituiti da materiali di origine antropica, ossia derivanti da attività quali scavo, demolizione edilizia, ecc. che si possono presentare frammisti a suolo e sottosuolo. In particolare, i riporti sono per lo più una miscela eterogenea di terreno naturale e di materiali di origine antropica, anche di derivazione edilizio-urbanistica pregressa che, utilizzati nel corso dei secoli per successivi riempimenti e livellamenti del terreno, si sono stratificati e sedimentati nel suolo fino a profondità variabile che, compattandosi con il terreno naturale, si sono assestati determinando un nuovo orizzonte stratigrafico”) stabilisce che possono essere assoggettati alla disciplina del regolamento nel caso in cui essi, frammisti al terreno naturale nella quantità massima del 20% sono indicativamente identificabili con le seguenti tipologie di materiali: materiali litoidi, pietrisco tolto d’opera, calcestruzzi, laterizi, prodotti ceramici, intonaci.

Non si vede, pertanto, perché si debba tornare sulla disciplina delle T&R per disciplinare i riporti misti alle stesse, quando vi è già una norma che regolamenta la fattispecie in essere, peraltro attribuendo una percentuale di presenza dei materiali di origine antropica nel terreno scavato, piuttosto alta (20%).

Infine, sempre in relazione ai riporti, azzardiamo l’ipotesi nozionistica, non nuova a molti, recata dall'idea di considerare il riporto come “un diverso modo di essere” del suolo.

Il suolo, ovvero, invece di trovarsi allo stato naturale, sarebbe caratterizzato dalla presenza di materiale antropico. Di conseguenza, potrebbe essere utile scollegarsi da concetti quale riporto e T&R per concentrarsi invece sulla nozione di suolo e sulle nuove connotazioni che la stessa potrebbe assumere. Da questa prospettiva, inoltre, parrebbe eccessivamente semplicistico risolvere la problematica di questo tipo di “suolo” con la disciplina delle T&R, così come forse sarebbe eccessivo applicare sic et simpliciter la disciplina della bonifica dei siti contaminati.

In chiusura rammentiamo il comma 1 bis dell’art. 8 del D.L. 133/2014 che prevede una fase di consultazione pubblica per la regolamentazione ministeriale: “La proposta di regolamentazione è sottoposta ad una fase di consultazione pubblica per la durata di trenta giorni. Il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare è tenuto a pubblicare entro trenta giorni eventuali controdeduzioni alle osservazioni pervenute.”

La disposizione non è di immediata comprensione, nel senso che le motivazioni che potrebbero sottenderla non risultano chiare. Inoltre, la stessa si caratterizza per appesantire il procedimento di completamento della disciplina, allungandone ulteriormente la tempistica.

Chiara Scardaci

 

 



[1] Cfr. e-book edito da Legislazione Tecnica "La gestione delle Terre e Rocce da Scavo" - natura giuridica - gestione pratica nei cantieri grandi e piccoli e nelle opere pubbliche - trasporto; di Marcello Cruciani, Marco Ferraro, Veronica Navarra, Alberto Odoardi, Eugenio Onori, Chiara Scardaci, Enzo Taroni - Coordinamento tecnico a cura di Chiara Scardaci – capitolo 2, paragrafo 5

[2] Autorevole dottrina non mancava di evidenziare che l’Italia con questa interpretazione autentica reiterava (con peggioramenti) quanto, sempre per le terre e rocce da scavo, era già stato stigmatizzato pesantemente dalla Corte Europea di Giustizia nel 2007(con riferimento alla direttiva sui rifiuti vigente all’epoca, ma, per quanto interessa, identica a quella di oggi), quando il nostro Paese fu condannato, appunto, in quanto, con un'altra interpretazione autentica (ci si riferisce qui all’art. 1 comma 17 della Legge n. 443/2001), relativa anche essa alle esclusioni tout court previste dalla legge, aveva escluso “dall’ambito di applicazione della normativa nazionale di recepimento della direttiva le terre e rocce da scavo, semprechè tali materiali non siano contaminati ai sensi delle medesime disposizioni e siano destinati ad effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati, compresi il riempimento delle cave coltivate, nonché la ricollocazione in altro sito, a qualsiasi titolo autorizzata. E pertanto è giocoforza constatare che tali disposizioni finiscono per sottrarre alla qualifica di rifiuto, ai sensi dell’ordinamento italiano, taluni residui che invece corrispondono alla definizione sancita all’art. 1, lett. a) della direttiva.