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Estratto dallo speciale di Verdediritto "Terre & Rocce da scavo contenenti amianto"

a cura di Chiara Scardaci

 

 

La verifica della contaminazione del terreno è condotta al fine di applicare la corretta disciplina alla gestione del materiale oggetto dello scavo, che verrà effettuato in fase di esecuzione. In particolare, è indispensabile conoscere se il terreno sia o meno contaminato, al fine di decidere se sarà possibile considerare la parte scavata un sottoprodotto oppure un rifiuto.

Ad oggi, la disciplina del sottoprodotto è dettata dall’art. 184 bis del D. Lgs. n. 152/06 e per le terre e rocce da scavo dal decreto ministeriale 10.08.2012 n. 161, attuativo della norma primaria per quanto concerne le opere soggette a VIA. Per la verifica della contaminazione del terreno interessato dallo scavo, l’allegato n. 4 del D.M. citato fa riferimento alle CSC di cui alle colonne A e B Tabella 1, allegato 5, Parte IV del D. Lgs. n. 152/06 (nel prosieguo per brevità tabella 1)[1].

La tabella 1 è altresì richiamata dall’art. 41 bis del D. Lgs. n. 98/2013[2], per quanto concerne la gestione delle terre e rocce da scavo relative ad opere non soggette a VIA e ad AIA.

Le norme citate prevedono quindi, tra le condizioni precipue per l’applicazione della disciplina del sottoprodotto – trascendendo in questa sede l’analisi puntuale della complessa normativa relativa alle terre e rocce da scavo, al sottoprodotto, nonché alla differenza tra quest’ultimo ed il concetto di rifiuto, per le quali si rimanda al paragrafo precedente - che i valori limite delle CSC stabiliti nella citata tabella 1, non debbano essere superati.

Per quanto concerne l’amianto, nella tabella 1, il limite da superare per considerare il terreno inquinato o meno, è stabilito nella misura di 1000 mg/kg in relazione alla tecnica analitica utilizzata, indicata, nell’ambito della predetta tabella, in nota all’amianto, nella diffrattometria a raggi X oppure I.R. – Trasformata di Fourier.

Si osserva che la metodologia menzionata nella tabella 1, non è indicata in via tassativa.

Il legislatore del resto, non avrebbe potuto disporre altrimenti visto il principio di precauzione, nonché di prevenzione, a cui deve informarsi il diritto ambientale. In base a tali principi il diritto ambientale non può che caratterizzarsi per l’adozione di norme flessibili ovvero di norme la cui portata applicativa specifica, sarà determinata di volta in volta, rispetto alle diverse possibilità messe a disposizione dalla scienza. Se, infatti, esiste una metodologia più efficace, essa dovrà essere preferita rispetto alle altre, al fine di porre in essere tutte le misure di protezione esistenti per portare il rischio ambientale più vicino possibile allo zero (prevenzione), senza attendere che la gravità dei rischi stessi sia pienamente dimostrata (precauzione).[3]

Venendo alla rilevazione dell’amianto, la norma ambientale, pertanto, per definizione, non può e non deve riferirsi solo ed unicamente ad una metodologia di analisi, dovendo, invece, consentire la possibilità in fase applicativa, di scegliere la tecnica migliore, la più efficace, la più aderente allo scopo perseguito.

Di conseguenza, per effettuare una puntuale misurazione dell’amianto nei terreni e nel materiale roccioso, sarà necessario chiedersi qual è la metodologia che consente un riscontro più rigoroso e verosimile.

La ricerca della risposta a tale quesito impone la lettura e la considerazione della normativa in materia di amianto e delle metodologie di analisi ivi indicate.[4]

In proposito, si rileva che il D.M. 06.09.94[5] tra le tecniche indicate per la misurazione dell’amianto, prevede il metodo SEM, ovvero la Microscopia Elettrica a Scansione.

Il metodo SEM è da preferire in quanto rappresentativo di una tecnica più performante e maggiormente attendibile in termini di prevenzione, soprattutto in funzione della caratteristica dell’amianto, di essere una sostanza la cui pericolosità non è dipendente da correlazione dose/effetto.

In questo senso, il valore limite di quantificazione della tecnica prescelta deve essere letto come un valore di carattere qualitativo piuttosto che quantitativo; non deriva cioè, come per gli altri parametri, da studi specifici, quali quelli tossicologici, ma dalla possibilità di rilevarlo con le tecniche analitiche indicate.

Di conseguenza, per un’analisi esatta e affidabile della contaminazione, sarà più corretto ed efficace utilizzare una tecnica in grado di rilevare l’amianto seppur presente in minime quantità.

La tecnica SEM è l’unica che consente di ottenere questo risultato.

In proposito l’Ispesl stabilisce che: “Le tecniche di microscopia elettronica hanno un potere di risoluzione molto più alto, una profondità di campo maggiore dello spessore preparato e possono quindi rilevare anche fibre estremamente piccole in concentrazioni molto basse […] Queste caratteristiche ne fanno il metodo di elezione per l’analisi di campioni in basso contenuto di amianto, anche inferiore al limite di rilevabilità delle tecniche ponderali[6]

Nello stesso D.M. 06.09.94 – che prevede espressamente, come predetto, la tecnica SEM – all’Allegato 1, “Determinazione qualitativa dell’amianto in campioni di massa”, paragrafo “Scelte analitiche”, la Tecnica SEM, viene consigliata per la determinazione dell’amianto in condizioni in cui è presente in concentrazioni inferiori all’1%.

Nell’ambito dello stesso D.M. sempre all’allegato 1, il legislatore, afferma inoltre che il SEM analitico appare per le sue caratteristiche  - elevato potere risolutivo, elevata profondità di campo, possibilità di utilizzare la spettrometria X per il riconoscimento delle fibre – la metodica più indicata.

Il legislatore nelle note della tabella 1, unicamente per il parametro amianto (per nessun altro parametro della tabella vi è questo tipo di indicazione), afferma che il limite indicato di 1000 mg/kg è riferito alle tecniche FT-IR e DRX in quanto valore più basso raggiungibile con queste tecniche.

Come in precedenza affermato, le tecniche suddette, correttamente, non sono elencate in via tassativa.

Ciò significa, per pura logica, che il legislatore, ammettendo la possibilità di altre tecniche (vedi SEM) più sensibili e performanti – peraltro nel rispetto della normativa igienico-sanitario e di tutela della sicurezza sul lavoro - consente il decremento di tale limite al valore più basso che la tecnica utilizzata può raggiungere, e nel caso della SEM tale limite è 100 mg/kg, così come definito dal D.M. 06/09/94[7].

Va da se che, se si utilizza la SEM, il limite da tenere in considerazione non sarà più riferibile alla tecnica FT-IR e DRX ed al relativo 1000 mg/kg, ma dovrà essere riferito al limite  SEM di 100 mg/kg.

Pertanto, nel momento in cui supero il valore limite relativo a una tecnica diversa, comunque consentita dal legislatore, tale superamento ha valore anche in relazione al rilevamento della contaminazione ai sensi del D. Lgs. n. 152/06.

Tale ragionamento assume una valenza ancora più pregnante in relazione all’aspetto, già sottolineato, che il rilevamento dell’amianto debba essere inteso in senso qualitativo, talché la sua presenza assume importanza anche in minime quantità.

Stabilita la validità della metodologia di analisi, ovvero della SEM, e con riferimento al valore limite relativo a questa tecnica, si dovrà tener conto delle risultanze delle analisi svolte.

Il comprovato superamento della soglia di contaminazione qualifica il terreno come inquinato da amianto, e comporta la conseguente esclusione dello stesso dalla disciplina del sottoprodotto.

Si rammenta, infatti, che sia il D.M. 161/2012 sia l’art. 41 bis del D. Lgs. n. 98/2013 per le opere non soggette a VIA richiedono che, per aversi un sottoprodotto, il valore limite della CSC amianto indicato dalla Tabella 1, Allegato 5, Titolo V, Parte IV del D. Lgs. n. 152/06 – ivi inteso secondo la tecnica SEM ed il relativo valore limite - non debba essere superato.

Sulla scorta di quanto affermato, si dovrà escludere anche l’applicazione dell’art. 185 del D. Lgs. n. 152/06.

La norma citata, individua le casistiche escluse dalla disciplina dei rifiuti, menzionando tra esse, al comma 1, lett. c) anche il caso del suolo non contaminato scavato nel corso di attività di costruzione, ove sia certo che esso verrà riutilizzato a fini di costruzione allo stato naturale e nello stesso sito in cui è stato scavato. (vedi però le novità introdotte dall’art. 34 del D. Lgs. del 12.09.2014 n. 133 – prossimo paragrafo, note 46 e 47)

La terra scavata, pertanto, non potrà che essere gestita come rifiuto.

In conclusione, si richiama nuovamente l’attenzione sull’assunto che l’utilizzo del corretto metodo di analisi, è il presupposto per operare legalmente. In altre parole, se si utilizzano metodi di misurazione inefficaci, o meglio idonei a rilevare l’amianto solo in quantità consistenti, non sarà possibile rilevare la presenza di amianto in quantità minime, ovvero non si sarà in grado di confutare con certezza la presenza di asbesto.

Il rischio che si corre in casi simili è quello di basarsi su un’analisi superficiale che negando la presenza dell’amianto, farà si che, già in sede progettuale, non vengano poste in essere le dovute modalità di gestione delle terre scavate, nonché le misure di sicurezza ed igiene strumentali alla protezione dell’ambiente e della salute umana (cfr. capitolo 1).

Si aggiunga che, facilmente, in assenza di scelte consapevoli della reale situazione ambientale, si avrà un mancato rispetto dei principi di prevenzione e precauzione a cui sono improntate le norme di diritto ambientale; e in assenza delle doverose misure, gli operatori interessati saranno esposti alla commissione delle fattispecie delittuose e amministrative descritte al successivo capitolo quattro.

E purtroppo non sarà l’unica conseguenza.

Progetti privi dell’esatta descrizione delle criticità ambientali portano, inevitabilmente, a confronti concorrenziali sballati e a esecuzioni spesso impossibili senza modificare sostanzialmente i progetti posti a base di gara, successivamente all’aggiudicazione, minando così sensibilmente l’equilibrio economico di una commessa (cfr. capitolo 2)

Elaborati progettuali carenti privano l’offerta del soggetto aggiudicatario di qualunque aderenza all’opera da realizzare, e conducono le parti verso atteggiamenti e comportamenti non aventi una fondata base giuridica, meglio descritti nei paragrafi del prossimo capitolo. [...]

 

Per il prezioso supporto reso si ringraziano:

Ing. Egidio Altomare Vianini Lavori S.p.A.

Filippo Angellotti, Esperto ambientale Technital S.p.a.

Simone Pavan, Responsabile Tecnico Commerciale Nuovi Servizi Ambientali S.r.l.

 


[1]Dall’Allegato 4 del D.m. 10.08.2012 n. 161: Il rispetto dei requisiti di qualità ambientale di cui all'art. 184 bis, comma 1, lettera d), del decreto legislativo n. 152 del 2006 e s.m.i. per l'utilizzo dei materiali da scavo come sottoprodotti, è garantito quando il contenuto di sostanze inquinanti all'interno dei materiali da scavo sia inferiore alle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC), di cui alle colonne A e B Tabella 1 allegato 5, al Titolo V parte IV del decreto legislativo n. 152 del 2006 e s.m.i., con riferimento alla specifica destinazione d'uso urbanistica, o ai valori di fondo naturali. I materiali da scavo sono utilizzabili per reinterri, riempimenti, rimodellazioni, ripascimenti, interventi in mare, miglioramenti fondiari o viari oppure altre forme di ripristini e miglioramenti ambientali, per rilevati, per sottofondi e nel corso di processi di produzione industriale in sostituzione dei materiali di cava:

- se la concentrazione di inquinanti rientra nei limiti di cui alla colonna A, in qualsiasi sito a prescindere dalla sua destinazione;

- se la concentrazione di inquinanti è compresa fra i limiti di cui alle colonne A e B, in siti a destinazione produttiva (commerciale e industriale).

[2] D.L. 21-6-2013 n. 69 Art. 41-bis comma 1: In relazione a quanto disposto dall'articolo 266, comma 7, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, in deroga a quanto previsto dal regolamento di cui al decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare 10 agosto 2012, n. 161, i materiali da scavo di cui all'articolo 1, comma 1, lettera b), del citato regolamento, prodotti nel corso di attività e interventi autorizzati in base alle norme vigenti, sono sottoposti al regime di cui all'articolo 184-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006, e successive modificazioni, se il produttore dimostra:

a)  che è certa la destinazione all'utilizzo direttamente presso uno o più siti o cicli produttivi determinati;

b)  che, in caso di destinazione a recuperi, ripristini, rimodellamenti, riempimenti ambientali o altri utilizzi sul suolo, non sono superati i valori delle concentrazioni soglia di contaminazione di cui alle colonne A e B della tabella 1 dell'allegato 5 alla parte IV del decreto legislativo n. 152 del 2006, con riferimento alle caratteristiche delle matrici ambientali e alla destinazione d'uso urbanistica del sito di destinazione e i materiali non costituiscono fonte di contaminazione diretta o indiretta per le acque sotterranee, fatti salvi i valori di fondo naturale;

c)  che, in caso di destinazione ad un successivo ciclo di produzione, l'utilizzo non determina rischi per la salute né variazioni qualitative o quantitative delle emissioni rispetto al normale utilizzo delle materie prime;

d)  che ai fini di cui alle lettere b) e c) non è necessario sottoporre i materiali da scavo ad alcun preventivo trattamento, fatte salve le normali pratiche industriali e di cantiere.

[3] Laura Pineschi, Principio di Precauzione in I Principi del diritto internazionale dell’ambiente: dal divieto di inquinamento transfrontaliero alla tutela dell’ambiente come common concern, capitolo 4, Trattato di diritto dell’ambiente, Volume I, Giuffrè Editore, Milano 2014; Ambiente: il Consiglio di Stato conferma gli indirizzi elaborati dalla giurisprudenza comunitaria sul principio di precauzione in http://www.gazzettaamministrativa.it/opencms/opencms/_gazzetta_amministrativa/_permalink_news.html?resId=d3d2158b-7864-11e3-8ae2-5b005dcc639c; Carmine Palmiero, Il principio di precauzione in ambito internazionale http://www.diritto.it/docs/32517-il-principio-di-precauzione-in-ambito-internazionale?page=2.

[4] Come è stato anticipato nel primo paragrafo, l’amianto deve essere considerato non solo come un agente inquinante a livello ambientale, ma soprattutto in relazione alla tutela della vita e della salute umana.

Pertanto, nuovamente, si rammenta, in proposito, che l’aspetto ambientale e l’aspetto della vita-salute sono collegati indissolubilmente e che, tale innegabile collegamento, è stato più volte sottolineato sia a livello normativo che dottrinario (cfr. paragrafo 1)

[5] Il D.M. 06.09.1994 in materia di cessazione dell’impiego dell’amianto, è stato adottato in attuazione dell’art. 6, comma 3 e dell’art. 12, comma 6 della Legge 27.03.1992 n. 257, ora abrogata e interamente sostituita dal D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81, contenente la disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

[7] Cfr. Allegato n. 1 del D.m. 06.09.94

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