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La Tutela della salute umana e la tutela dell'ambiente: la nocività dell'amianto

Estratto dallo Speciale di Verdediritto "Terre & Rocce da scavo contenenti amianto"
 
a cura di Chiara Scardaci

 

  

La gestione delle terre e rocce da scavo contenenti amianto impone, in primo luogo, una riflessione sulla connessione tra la tutela dell’ambiente e la tutela della salute umana.

Senza alcuna pretesa di esaustività si richiama quanto affermato da autorevole dottrina[1], la quale riconduce, principalmente, il fondamento costituzionale della tutela dell’ambiente ai doveri di solidarietà economica politica e sociale (art. 2 Costituzione) [2], alla tutela del paesaggio (art. 9 Costituzione) [3], nonché al diritto alla salute (art. 32 Costituzione).

Quest’ultimo eleva la tutela dell’ambiente ad un vero e proprio diritto soggettivo all’ambiente salubre, cui corrisponde “uno specifico dovere di protezione, attivabile anche in sede giurisdizionale in capo ai pubblici poteri”.[4]

D’altro canto il diritto ad un ambiente salubre ha arricchito il concetto di diritto alla salute. Quest’ultimo, infatti, non può più essere inteso come mero diritto alle cure, (ora avente carattere di sussidiarietà), ma come diritto a vivere in un ambiente salubre. La Repubblica pertanto, “dovrà garantire i presupposti del carattere normale dello stato di salute: vale a dire la salubrità dell’ambiente[5].  

L’art. 32 della Costituzione impone, quindi, alla Repubblica, di predisporre tutti gli interventi che garantiscono in concreto la salute umana, “anche attraverso la garanzia della salubrità dei luoghi ove i soggetti vivono o in cui abbiano motivo di passare una parte non irrilevante del proprio tempo, in ragione dei propri interessi, relazioni e attività, e di prevenire quindi i rischi legati al deterioramento ambientale”.[6]

In accordo con tale interpretazione del fondamento costituzionale del diritto ambientale, si cita l’art. 3 bis del D. Lgs. 03.04.2006 n. 152 (di seguito D. Lgs. n. 152/06 o T.U. ambientale) il quale stabilisce che le disposizioni comuni e i principi generali della parte prima del testo unico ambientale, sono adottati in attuazione anche dell’art. 32 della Costituzione, che eleva la tutela della salute a fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.  Inoltre, lo stesso art. 184 bis del D. Lgs. n. 152/06, in materia di sottoprodotti, pone come condizione del sottoprodotto, al primo comma lett. d), la protezione della salute umana e la mancanza di conseguenze nocive a danno della stessa.

Da quanto considerato si può quindi affermare che la tutela dell’ambiente è strumentale alla tutela della salute, e solo attraverso il perseguimento di un ambiente sano essa potrà essere salvaguardata efficacemente.[7]

Sotto correlato profilo, è bene rammentare che nell’attuazione della protezione dell’ambiente il legislatore è chiamato ad agire secondo il principio di precauzione[8], attraverso il quale egli ha la possibilità di valutare l’applicazione delle innovazioni tecnologiche collegate alle scoperte scientifiche, rispetto ai rischi potenzialmente derivanti dal loro utilizzo, optando sempre per la maggiore difesa dell’ambiente, pur in assenza di certezze in campo scientifico.

Ancor prima, il legislatore dovrà agire secondo il principio di prevenzione che differisce dal principio di precauzione rappresentando il fine al quale è volto il secondo, e che può “essere espresso nella necessità di preferire un’azione tempestiva volta ad evitare alla radice un pregiudizio per l’ambiente piuttosto che l’adozione di misure successive e ripristinatorie”.[9] In altre parole, la tutela preventiva impone l’adozione di misure per impedire ogni possibile danno o deterioramento ambientale.

Nell’applicazione di questi principi e delle leggi che li hanno recepiti, volando dai rami alti ai rami bassi del diritto[10], il soggetto imprenditoriale, ovvero l’impresa appaltatrice, ma anche la Committenza interessata alla realizzazione di un’opera pubblica, alle prese con una sostanza nociva, dovranno porre in essere tutte le precauzioni previste dalla normativa di riferimento per tutelare la salubrità dell’ambiente e, di conseguenza, la salute umana.

I richiamati soggetti sono eletti quindi, ad individuare le misure di sicurezza non solo nelle norme di stretta derivazione ambientale, ma anche nelle disposizioni igienico-sanitarie.

Nel caso di una sostanza nociva come l’amianto[11], i soggetti coinvolti nel gestire il materiale che lo contiene, per quanto qui interessa, terre e rocce da scavo, dovranno strettamente attenersi ad entrambi i profili giuridici, senza trascurare alcuna misura preventiva individuata dal legislatore.

Nel caso dell’amianto, inoltre, la vastità degli studi relativi alla sua elevata pericolosità ed alla sua capacità di rendere altamente insalubre l’ambiente, non lasciano ad oggi alcun dubbio rispetto alla necessità che i materiali contenenti asbesto debbano essere gestiti con la massima attenzione, senza fare sconti alle misure previste e lasciando il passo ad una piena espressione del principio di precauzione, anche a discapito di uno sforzo economico non previsto.

Nell’intento di rimarcare le considerazioni esposte con dati concreti, si rileva che il carattere nocivo dell’amianto[12] era noto sin dall’inizio del secolo scorso, tanto da essere oggetto di analisi da parte del mondo scientifico che ne ha  riscontrato e confermato la pericolosità per la salute dell’uomo, fino ad arrivare alla vera e propria messa al bando degli ultimi decenni.[13]

Sin dai primi del ‘900, esso è stato largamente estratto in numerosi territori ed utilizzato nella produzione di moltissimi beni per la sua riconosciuta versatilità[14] e per il suo basso costo[15].

L’amianto ha interferito con diversi aspetti della vita umana, presentandosi come un pericolo per coloro che lo lavoravano, per la sua diffusa presenza in diversi manufatti ed edifici, nonché nel materiale rotabile, ed infine, per la sua terminale natura, di rifiuto pericoloso dopo gli interventi di bonifica.

Con il progredire degli studi scientifici, furono evidenziati in maniera sempre più documentata gli effetti nocivi che questo minerale ha avuto sull’uomo.

La respirazione di fibre di asbesto (ed anche l'ingestione, anche se la questione è ancora controversa), può determinare malattie diverse, tutte comunque caratterizzate da un lungo intervallo di tempo fra l'inizio dell'esposizione e la comparsa della malattia. Questo intervallo, chiamato "tempo di latenza", è in genere di decenni. Il rischio per la salute è direttamente legato alla quantità ed al tipo di fibre inalate, alla loro stabilità chimica, e ad una predisposizione personale a sviluppare la malattia.

Le malattie principali che possono essere provocate dall'asbesto sono:

•          asbestosi;

•          mesotelioma;

•          carcinomi polmonari;

•          tumori del tratto gastro-intestinale, della laringe e di altre sedi [16] [17]

Il legislatore italiano recependo la preoccupante situazione che si era venuta a delineare nel corso del tempo, predispose, seguendo l’esempio della comunità europea, sin dagli anni 70, una serie di provvedimenti a tutela di coloro che subivano la contaminazione del minerale.[18]

Nell’ambito della legislazione italiana, si possono così trovare numerosi interventi normativi per i quali si elencano, in nota, i relativi riferimenti. [19] [20]

Nel corso degli anni, numerosissime sono state le posizioni di contenzioso aperte nei confronti delle aziende, dai lavoratori che avevano contratto malattie derivanti dall’esposizione a fibre di amianto.

In breve rammentiamo alcuni dei processi più famosi: il caso “Seveso” - Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 21/02/2002 n. 2515[21]; la sentenza “Cozzini” Cass. Pen., sez. IV, 17 settembre 2010 n. 43786, Pres. Marzano, est. Blaiotta, ric. Cozzini e altri[22];  “Fincantieri” (Cantieri navali di Marghera – Venezia) Cass. Pen. Sez. IV 24 maggio 2012 n. 33311 Pres. Brusco, est. Grasso[23]; il caso “Eternit” relativo a Louis De Cartier De Marchienne e Stephan Schimidheiny e le relative pronunce del Tribunale di Torino (13.02.2012 Pres. Casalbore)[24] della Corte di Appello di Torino (3 giugno 2013, Pres. Oggé, imp. Schmidheiny)[25] e della Corte di Cassazione, sez. I, 19 novembre 2014, n. 7941, Pres. Cortese, est. Di Tomassi[26]; “Franzese” Cass. Pen. Sez. IV, 12 luglio 2013 n. 30206 Pres. Bianchi, est. Dovere[27]; Ilva Trib. Taranto, Sez. Pen. II 1431/2014[28].

La indiscutibile nocività dell’amianto quindi, non lascia alcuna scelta ai soggetti pubblici e privati coinvolti, i quali, al fine di conferire legittimità al proprio operato, dovranno rispettare  oltre alla normativa ambientale anche la normativa sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro connessa alla gestione dei materiali contenenti amianto, nonché la Legge Fondamentale sull’amianto (Legge 27.03.1992 n. 257)  e i suoi decreti attuativi (nella specie D.M. Ministero della Sanità 06.09.94 “Cessazione dell’impiego dell’amianto”).

Ad esempio, come sarà meglio illustrato nei capitoli successivi, nella fase progettuale dell’opera pubblica, nella gestione delle terre e rocce da scavo contenenti amianto, dovranno essere contemplati tutti quegli accorgimenti a tutela dei lavoratori che sono previsti nel D. Lgs. n. 81/08, capo III: “Protezione dai rischi connessi all’esposizione all’amianto”.

Ancor prima, tuttavia, in particolare in fase progettuale definitiva, bisognerà avere cura di effettuare correttamente le analisi per il rilevamento dell’amianto. Peraltro, agendo nel modo descritto, le Committenze potranno porre a base di gara progetti definitivi: completi delle soluzioni gestionali relative alle terre e rocce da scavo contenenti amianto; corredati da una quantificazione dei costi che tenga conto di tali soluzioni progettuali; veicolanti un confronto concorrenziale corretto, con beneficio non solo dei competitor ma anche delle stesse Committenze.

Vediamo come. [...]

 



[1] Edmondo Mostacci, Gli inderogabili doveri di solidarietà ambientale, in L’ambiente e il suo diritto nell’ordito costituzionale, capitolo, 7, Trattato di diritto dell’ambiente, Volume I, Giuffrè Editore, Milano 2014.

[2] In particolare, in relazione ai doveri di solidarietà è stato affermato che “l’integrità dell’ambiente si pone come presupposto del vivere, delle relazioni e della stessa esistenza tanto delle collettività in cui la solidarietà si esplica quanto dei singoli membri di esse”. Va da se che i doveri di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione ricomprendono necessariamente i doveri di solidarietà ambientale Cfr. nota 1

[3] Per quanto concerne invece la tutela del paesaggio, essa rappresenta il primo e fondamentale elemento di considerazione dell’ambiente all’interno dell’ordito costituzionale, elemento che nel corso degli anni ha modificato il suo significato, sino ad allargare i suoi confini in stretta coincidenza con la nozione di ambiente. Il concetto di paesaggio, infatti, viene a caratterizzarsi, nella sua lettura contemporanea, come forma dell’ambiente ovvero come “il complesso del territorio della Repubblica globalmente e unitariamente considerato”. Cfr. nota 1

[4] Cfr. nota 1

[5] Cfr. nota 1

[6] Cfr. nota 1

[7] Per l’ambiente e la tutela della salute si veda anche: M. Cecchetti, Principi costituzionali per la tutela dell’ambiente, Milano, Giuffrè, 2000; E. Giardino, la nozione giuridica di ambiente e la sua configurazione nella disciplina costituzionale in Arc. Giur. Serafini, 2005, n.2, 199; P. Maddalena, la tutela dell’ambiente nella giurisprudenza costituzionale, in Giorn. Dir. Amm., 2010, 307; F. Giampietro, Diritto alla salubrità dell’ambiente: inquinamenti e riforma sanitaria, Milano, Giuffrè, 1980; A. Albamonte, il diritto all’ambiente salubre, in Consiglio di Stato, 1987,1297.

[8] Per il principio di precauzione si veda: Rosario Ferrara, Etica ambiente e diritto: Il punto di vista del giurista, capitolo 2, Trattato di diritto dell’ambiente, volume I, Giuffrè Editore, Milano 2014; Grassi, Prime osservazioni sul principio di precauzione come norma di diritto positivo, in Dir. e gestione dell’ambiente, 2001, 37 ss.; Manfredi, note sull’attuazione del principio di precauzione, in Dir. pubbl. 2004, 1075 ss; Marino, Aspetti propedeutici del principio di precauzione, in Studi in onore di Alberto Romano, Napoli, Ed. scientifica, 2011, vol. III, 2177 ss.

[9] Ornella Porchia, “Il principio di prevenzione” in Le politiche dell’unione europea in materia ambientale, capitolo 5, Trattato di diritto dell’ambiente, Volume I, Giuffrè Editore Milano 2014.

[10] Jacqueline Morand-Deviller,  Il Giusto e l’utile nel diritto dell’ambiente capitolo 1, Trattato di diritto dell’ambiente, volume I, Giuffrè Editore, Milano 2014; Rosario Ferrara, Etica ambiente e diritto: Il punto di vista del giurista, capitolo 2, Trattato di diritto dell’ambiente, volume I, Giuffrè Editore, Milano 2014

[11] “L’amianto, chiamato anche indifferentemente asbesto, è un minerale naturale a struttura fibrosa appartenente alla classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. E’ presente in molte parti del globo terrestre e si ottiene facilmente dalla roccia madre dopo macinazione e arricchimento, in genere in miniere a cielo aperto” – in  www.regione.emilia-romagna.it/amianto.

[12] Chiara Scardaci, Amianto, nuovi passi verso il completamento della disciplina, Ambiente n. 1/2005, Ipsoa.

[13] “L’uso dell’amianto è conosciuto sin dall’antichità ma, come già detto, è stato soprattutto negli anni 60 e 70 del 1900 che ha conosciuto una larghissima diffusione. Nonostante questo suo ampio e prolungato impiego solo in tempi recenti la sua pericolosità per la salute degli esseri umani è stata riconosciuta al punto che tale materiale è stato messo al bando. Va detto che questo tema è stato portato alla ribalta negli ultimi decenni, ma i primi studi sugli effetti patogeni dell’amianto risalgono all’inizio del secolo. Già nel 1908 venne segnalata per la prima volta una forma di fibrosi polmonare ricondotta a fibre d’amianto; nel 1927 fu data formale definizione della “patologia fibrotica interstiziale polmonare amianto-correlata” detta asbestosi” – in www.edilportale.com

[14] “L’amianto resiste al fuoco e al calore, all’azione di agenti chimici e biologici, all’abrasione e all’usura. La sua struttura fibrosa gli conferisce insieme una notevole resistenza meccanica ed un alta flessibilità. E’ facilmente filabile e può essere tessuto. E’ dotato di proprietà fonoassorbenti e termoisolanti. Si lega facilmente con materiale da costruzione (calce, gesso, cemento) e con alcuni polimeri – ctrl. nota n. 11.

[15]Dalla seconda metà del XIX secolo l’amianto cominciò ad essere utilizzato nella fabbricazione di svariati beni di consumo come i materassi, le lampade, il vasellame addirittura per i filtri delle sigarette e naturalmente, come è noto, nell’industria dell’edilizia attraverso la produzione e l’impiego del cemento-amianto. C. Minoia, G. Scansetti, G. Piolatto, A. Massola – Fondazione Salvatore Maugeri, IRCCS, Pavia 1997 – I Documenti 12 in “L’amianto: dall’ambiente di lavoro all’ambiente di vita. Nuovi indicatori per futuri effetti”.

[17] Un considerevole numero di fibre, soprattutto quelle più grandi e asimmetriche, si depositano nei primi due tratti dell'apparato respiratorio, le regioni extratoracica (ET) e tracheo-bronchiale (TB), da dove vengono epurate mediante il meccanismo della "clearance" mucociliare: le ciglia, che ricoprono le pareti di questi due tratti, muovono continuamente il muco ed il materiale in esso intrappolato verso la gola, dove viene eliminato mediante espettorazione o deglutizione determinando, in quest'ultimo caso, un'esposizione per ingestione.Questo processo può richiedere da un minimo di pochi minuti ad un massimo di un giorno.La "clearance" mucociliare può essere compromessa dal fumo e da altri inquinanti dell'aria. Le fibre che raggiungono il tratto polmonare (P), costituito dai bronchioli respiratori e dagli alveoli, hanno diametro < 3 µm e lunghezza < 50 µm, anche se occasionalmente sono state rinvenute fibre lunghe anche 200 µm. La "clearance" del tratto P è effettuata dai macrofagi alveolari che riescono a fagocitare fibre fino ad una lunghezza massima di 5-10 µm e a trasportarle nel sistema linfatico. Le fibre di lunghezza maggiore sono più difficilmente eliminabili; occasionalmente è possibile vederle ricoperte da numerosi macrofagi che tentano invano di fagocitarle. Alcune, almeno quelle di crisotilo, possono frammentarsi meccanicamente anche all'interno del polmone ed essere quindi fagocitate ed eliminate. Il processo di "clearance" dal tratto P è molto più lento di quello mucociliare, richiedendo da un minimo di alcune settimane fino ad alcuni anni (Wright, 1978; World Health Organization, 1986/b; 1987/a; Uccelli et al., 1993). In seguito ad esposizioni elevate o prolungate nel tempo, si verifica una notevole ritenzione di fibre nel polmone. Ciò causa una progressiva fibrosi polmonare, detta asbestosi, dovuta alla rottura della membrana lisosomiale dei macrofagi ed alla conseguente fuoriuscita di enzimi emetaboliti ossigenati reattivi che lisano i macrofagi stessi, determinando anche il rilascio della fibra, e danneggiano il tessuto polmonare. Questo processo si ripete più e più volte. Sembra inoltre che i macrofagi danneggiati rilascino dei fattori lipidici che hanno a loro volta l'effetto di richiamare altri macrofagi e di stimolare la proliferazione dei fibroblasti e la sintesi del collagene. Le forme più miti di asbestosi non sono necessariamente invalidanti mentre le forme più gravi, a causa dell'ostruzione al flusso ematico polmonare che si viene a determinare, causano ipossia e cuore polmonare (ipertrofia e dilatazione del ventricolo destro), con sintomi che comprendono dispnea e insufficienza respiratoria. L'asbestosi è una malattia legata esclusivamente all'esposizione occupazionale; non è stata mai osservata per esposizioni ai livelli ambientali di amianto (World Health Organization, 1986/b; 1987/a; Gordon & Amdur, 1991; Lu, 1991); in www.isoambiente.it/amianto; note estratte da Raffaella Uccelli, Carmine Ciro Lombardi, Marina Mastrantonio e Francesco Mauro “appunti sugli agenti nocivi – Enea Dipartimento Ambiente

[18] Sempre a partire dalla metà degli anni settanta, l’Asbesto è stato regolamentato dal legislatore europeo. Per un elenco degli interventi normativi comunitari sino al 2003, cfr. www.ambientediritto.it/Legislazione/amianto

[19] Per l’elenco completo e aggiornato sulla normativa in materia di amianto, diviso per argomenti, si veda http://www.assoamianto.it/normativa_nazionale.htm

[20] Per la legislazione correlata al problema amianto vedi anche: www.ambientediritto.it/Legislazione/amianto